La Svitata

confessioni di una mente pericolosa!

Così imparate ad assumermi in banca, bastardi


Dal primo istante in cui, ormai due mesi fa, poggiai i tacchi a spillo sul pavimento di marmo dell’ufficio per assumere un incarico che, per usare un elegante eufemismo, non è esattamente nelle mie corde e che, per non usare l’elegante eufemismo, mi fa letteralmente cacare, tentai immediatamente di individuare in quella situazione oggettivamente deprimente e fautrice di lugubri propositi suicidari, tutto ciò che avrebbe portato beneficio alla mia crescita personale ed al mio stile di vita, che io comunque sono una persona ottimista e ci tengo a dirlo, oh, abbasso le cucche.

In poche settimane riuscii così a fottermi un paio di dozzine di evidenziatori, un numero imprecisato di etti di penne a sfera, cinque archiviatori che nella vita non si sa mai e due confezioni di pennarelli per scrivere sui ciddì, che comunque adesso ditemi voi chemminchia ci puoi trovare di "benefico per la crescita personale" in un ufficio bancario, quattro muri grigi che in confronto la camera mortuaria di un ospedale pare Rio de Janeiro, qua pure a Sai Baba gli finirebbe a scaldarsi la dose col cucchiaino, mi dovete credere, fanculo a me e a quando m’è venuto in mente di presentarmi a quel colloquio dimmerda, a zappare la terra me ne dovevo andare che almeno vivevo all’aria aperta e non respiravo tutto il giorno sto tanfo di morto, scusate.

Assicuratomi un repertorio di cancelleria da far invidia ad un magazzino Buffetti, non mi rimaneva altro che mettere le manine fameliche su quel meraviglioso trabiccolo meccanico noto al grande pubblico col nome di stampante.

Accarezzavo già il roseo progetto di stampa e rilegatura dell’intera opera editoriale di Vanity Fair in lingua originale quando, perentorio, mi arrivò l’ordine dalle alte sfere.

I signori bancari, qua, ci tenevano a far sapere alla signorina sottoscritta che la stampante serve solo ed unicamente per sfornare noiosissimi etti di contratti e la carta costa e qua siamo un ufficio bancario non la sala d’aspetto dell’estetista, insomma ste minchiate qua, và.

Niente Vanity Fair, niente ricette delle polpette di tonno, niente oroscopo di Paolo Fox.

Una noia sti tizi, marò, non si può capire.

Ma poteva La Svitata vostra, ditemi un po’, arrendersi senza lottare a questo abbietto ed inequivocabile atto di vessazione?

Poteva il suo piccolo encefalo dissidente e giacobino sottomettersi a quello che, ne sono certa, possiede tutti gli estremi giudiziari di un sordido ed inaccettabile tentativo di mobbing?(una sottile allure di vittimismo renderà immensamente più fascinosa la mia autobiografia postuma, fidatevi di me)

Poteva la vostra Giovanna D’Arco delle pendici etnee non elaborare un astuto pianobbì per eludere il diktat dei padroni fascisti?

Non poteva.

Da quel momento, infatti, guardinga come un cobra, non aspetto altro che la parola d’ordine "Stampami il contratto del Signor Nicolosi" per mettere in atto i miei loschi propositi.

Una pagina si e una pagina no di contratto, ci sbatto dentro tutto quello che ho pazientemente salvato nella cartella segreta, chiamata ovviamente Cartella Segreta, MA occultata nel Cestino del desktop, che qua comunque stiamo parlando di un genio del crimine, abbelli.

In due mesi, adesso modestia a parte, a quel vecchio macinino gli ho fatto vomitare veramente di tutto, ricette, oroscopi del giorno, della settimana, dell’anno, celtici, cinesi, indù, mappe stradali dell’Australia meridionale, manuali di restauro di sedie a dondolo della nonna che finchè sarò in grado di intendere e di volere mai comprerò, ma comunque a me piace essere documentata, tecniche di irrigazione per la coltivazione su scala industriale dei pomodori pachino e il gradevolissimo prontuario "Come affrontare al meglio la menopausa" che comunque vi ricordo che io a giugno faccio quei cosi là, quelli che iniziano con trent e finiscono con una mia crisi isterica, ci siamo capiti.

Tre secondi prima di consegnare il contratto -swissss- tiro via tutto il materiale clandestino e vualà, il delitto perfetto.

Fino a stamattina.

C’era un po’ di casino in ufficio, il collega è scappato via afferrando al volo i contratti ed io ho l’insidioso sospetto di aver perso qualcosa.

Adesso, se tra di voi ci fosse un legale, la mia domanda è la seguente.

In una eventuale, ma comunque molto probabile sede giudiziaria, sarebbe possibile sfruttare il concetto che "La nostra Banca non si occupa solo del vile denaro, ma ha realmente a cuore i vostri interessi" per legittimare il fatto che, molto probabilmente, la Signora Rapicavoli sta in questo preciso momento firmando, insieme ad una cessione del quinto da quindicimila euro, anche il testo di  Listen di Beyoncè e i coupon per ritirare gratis in profumeria un campioncino della nuova crema idratante al collagene di Estée Lauder?

Grazie.

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Uh, dimenticavo!

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Di quando La Svitata, DUENNE, si produceva con consumato mestiere in pose da sgualdrina professionista sotto gli occhi esterefatti della nonna paterna che -astuta- redarguì il parentado tutto sulla imperativa necessità di rinchiudere la pargola in un istituto scolastico di forte impronta religiosa, ad indirizzo preferibilmente claustrale, con i risultati che, ad oggi, sono tristemente noti al grande pubblico.

(ed anche alla nonna paterna che, a distanza di ventisette anni,tenta ancora capziosamente di barattare uno stile di vita più morigerato e timoratodiddìo della sottoscritta con il miraggio di cospicue somme di denaro da riscuotere all’indomani della sua dipartita finale)

[la sottoscritta non cede, ma comunica altresì che la prospettiva di un lungo soggiorno in bungalow sulla spiaggia di Ipanema, con il cappellone di paglia, la noce di cocco straripante di ombrellini di carta colorata e la squadra olimpionica di negroni che balla la samba, particolare quest’ultimo che la sottoscritta osserverebbe con l’imparzialità della cura per il mero dettaglio folklorisitico, ma comunque mogli e buoi dei paesi tuoi eh, che sia ben chiaro (Pulcino ti amo! Brutti negroni, brutti!) (marò che stress) la prospettiva del viaggio, dicevo, comincia a farsi largo tra i recessi sanguinolenti della sua corteccia cerebrale, prospettandosi come un valido incentivo all’assunzione di una condotta morale Santa Maria Goretti-Style, che porcatroia mica si può vivere sempre di stenti e sacrifici, oh]

(adesso scusate, c’ho da scannerizzare le foto del battesimo di mio fratello)

(che comunque, voglio dire, quanto mai potrà tirare ancora quella vecchia strega?)

 

 

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Di Quando…

Visto e considerato che:

– In ufficio hanno da poco sistemato lo scanner.

– All’epoca in cui La Svitata conduceva la sua immorale e licenziosa adolescenza lo scanner non era presumibilmente nemmeno stato inventato e le foto si stampavano ancora su carta ciripiripì KodaK.

– In ufficio un’epidemia influenzale ha decimato il personale, ma La Svitata (anvedi che culo) c’ha un sistema immunitario che pure che le trapiantano il fegato di un maiale sieropositivo quella campa lo stesso e quindi è l’unica, ripeto L’UNICA dipendente col succitato culo ancora saldamente ancorato alla scrivania e deve pur trovarsi qualcosa da fare che le sopracciglia se l’è già sistemate con la pinzetta.

– Il Coreano è ancora disperso sui sentieri dell’amore e quindi non può sfotterla fino alla fine dei suoi giorni (Signori, se non torna manco così, direi che possiamo considerarlo perso per sempre).

– La Svitata, in preda ad un delirio liberatorio di chiara impronta niuèig, vuole dimostrare al mondo intero che non bisogna per forza nascere strafighe, l’importante è crederci.

– La popolazione Splinderiana è clamorosamente latitante e quindi spera con tutto il cuore che questo post passi in sordina ed il 90% di voi si sia già rotto i coglioni di leggere questo elenco, ma posso continuare eh?, e sia già emigrato su Facebook.

– Il blog è mio e ci faccio quel cazzo che mi pare, ooohhh, sarà un secolo che volevo dirlo.

– E comunque non potete sempre pretendere da me dei post di puro carattere dottrinale e speculativo, di interesse squisitamente scientifico ed alto valore etico, ho anch’io un’anima fivola e salottiera chevvipare ahò.

Visto e considerato il tutto, La Svitata si riserva arbitrariamente il diritto di inaugurare il luminoso post fotografico "Di Quando…"

Evvaffanculo.

 

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Di Quando La Svitata, in Egitto, si trastullava con un rettile vivo e presumibilmente parecchio ma parecchio incazzato che ella soprannominò amorevolmente Fuffi.

 

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Di Quando La Svitata correva felice per le vigne del Salento e non sapeva ancora che quelle corse per le vigne del Salento le sarebbero costate fior di parcelle di avvocati divorzisti, fanculo alle vigne del Salento, scusate.

 

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Di Quando La Svitata attraversò il fisiologico periodo post-adolescenziale New Age ed era intimamente convinta di essere connessa spiritualmente con l’aura di Alanis Morissette che, difatti,  in quel periodo cantava "Thank You India". (non mi dite niente)

 

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Di Quando qualcuno, a Lecce, osò sfidare La Svitata "Scommetto che non attraversi Piazza Duomo a quattrozzampe" e infatti.

 

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Di Quando, scusate posso dirlo?, MINCHIA QUANTO ERO FIGA (dieci anni fa T__T)

 

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Di Quando La Svitata amava perdutamente un giaguaro.

 

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Di Quando La Svitata quindicenne salutava la mamma "Ciao Mami, stai tranquilla!" ed andava a farsi le vacanze alcoliche alle isole Eolie dove amava giocare al cavalluccio (non aveva ancora ben chiara la disposizione, però) con uno che poi avrebbe girato un film con Nanni Moretti.

 

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Di Quando La Svitata organizzava frequenti e compulsivi viaggi squattrinati a Firenze (e con squattrinati intende che mangiava solo sottilette) ed il suo fidanzato dell’epoca, quello che suonava il basso, non capiva perché, da che mondo è mondo, la notte tutti a Firenze la passano trombando (tranne Zeuss ovviamente, che millanta) e lui invece doveva trascorrerla sul Ponte Santa Trinità ad aspettare che lei montasse il cavalletto e caricasse il rullino mille asa.

 

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Di Quando La Svitata, dopo aver assaggiato del buon vinello egiziano, accettò la bieca proposta di Abdùl, la guida turistica, di esibirsi al centro della pista da ballo della nave da crociera in una fantasiosa e mirabolante danza del ventre, disciplina di cui peraltro ignorava (ed ignora) totalmente i rudimenti teorici e pratici, deliziando grandi e piccini, ma soprattutto grandi, che riprendevano col cellulare, a proposito, razza di maiali, se passate di qua almeno datemelo sto video che non l’ho mai rivisto, grazie. (Socia, capito adesso?)

 

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Se l’Altissimo non interviene nei fatti di politica internazionale, è perché ultimamente è un po’ stressato, abbiate pazienza

Stamattina, mentre l’ufficio pullulava, marò che brutto pullulava, non è fine, aspe ci metto brulicava, mentre l’ufficio brulicava di rompicoglioni "E c’ho il pignoramento di qua" "E c’ho cinque ipoteche di là", e fuori splendeva un sole da granita sul lungomare, io ero impegnata in una conversazione fitta fitta col Principale.

"Gesù"

"…"

"Gesù!"

"…"

"Gesù dai rispondi, è importante e poi ti vedo! Tana! Tana!"

"Marò che stress, ma che vuoi?"

"Gesù, tu stesso, ma ti pare il caso? Mi fai uscire un sole da mattinata al mercato quando lo sai benissimo che sono carcerata dentro questa stanza con ‘sti gatti neri! Non è giusto! Sono gli ultimi giorni di saldi! La stagione sta finendo ed io non ho ancora un paio di stivaletti neri senza tacco! Mi vuoi davvero vedere distrutta? Eh? E’ questo che vuoi? Dai, tanto l’ho capito, dillo, ti voglio vedere distrutta, ti voglio vedere depressa, sull’orlo del baratro senza stivaletti neri! E’ così vero? Un sadico, ecco cosa sei, un sadico! Io non capisco cos’ho fatto per meritare tutto questo! Mi stai privando di un diritto umano inalienabile, lo sai no? Alla faccia della misericor…"

"Matruzza Bedda Santissimaaa!"

Maria "Che c’è amore di mamma?"

"Ah, Mami, eccoti! C’è cosa là, La Svitata. Mi sta mangiando un cervello, credimi"

Maria "Ma dov’è? Ah, eccola"

"Buongiorno Signora"

"Buongiorno Svity, tuttapposto?"

"Insomma, così così. C’è il sole, ci sono i saldi al mercato, io, mi deve credere, non ho uno straccio di stivaletto nero senza tacchi e suo figlio non collabora!"

Maria "Gesù!"

"Ma Mami! C’è la crisi in Medioriente!"

"Lo vede Signora?"

Maria "Gesù, insomma! Quante volte te l’ho spiegato, ci sono le priorità! Questa ragazza è senza stivaletti neri, Santiddio!"

Santiddio "Che fu?"

"Uh buongiorno!"

Santiddio "Ciao Svity! Tuttapposto?"

"Insomma. Suo figlio è un egoista"

Santiddio "Gesù!"

Gesù "Ma Papi!"

Maria "Ci sono i saldi e lui non ce la vuole mandare"

Santiddio "Gesù, davvero guarda, non ho parole"

"Ho i piedi distrutti a furia di portare il tacco 12! Mi serve un paio di stivaletti riposanti per l’ufficio! Qualcuno deve pur aiutarmi!"

Gesù "Oh, al Diavolo!"

Satana "Ecco, ti pareva che non finiva che mi scassavano le palle pure a me"

Maria "Abbello, vedi di fare poco il simpatico che lo sai che te schiaccio come na noce"

Santiddio "Maria, ti prego"

"Insomma io qua sono senza stivaletti!"

Maria "Gesù, insomma!"

Santiddio "Gesù, non mi fare incazzare eh?"

Satana "La prossima volta m’ascolti, cedi alle tentazioni e si fa fifti fifti, tiè!"

Gesù "Bastaaaa!!!"

Francesco "Ascolta, dovresti andare all’Inps"

All’Inps? Ma che è? Il coso dei vecchi? Gesù, questa me la segno! "A fare?"

"Devi portare dei documenti"

Gesù ti giuro, stavolta stai esagerando "Va bene"

"Lo sai dov’è l’Inps, no?"

Gesù ti rendi conto, no? Ti rendi conto? "No, non lo so dov’è l’Inps Francesco"

"E’ proprio accanto al mercato. Ti dispiace?"

Li ho presi anche viola, che quest’ anno il viola spacca.

 

Che poi fa tanto il burbero, ma in fondo è un bravo ragazzo.

 

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Il Signoreiddio evidentemente si diletta nel circondarmi costantemente di gente squilibrata.

Gianluca, il mio capo, conduce una vita da nomade.

Sempre di corsa su e giù dagli aerei, si divide tra Roma e Catania e, alla luce dei fatti, questa continua transumanza giova parecchio, ma parecchio poco al suo già precario equilibrio psichico.

Oggi, per esempio, si trova a Roma.

Questo, per inciso, ovviamente si traduce per me in una giornata di totale relax, a stretto contatto con il mio collega Francesco, detto Panzerotto cchè peri, appellativo che tradisce tutta la carica erotica che si sprigiona da questo bell’ometto di novanta chili abbondanti insieme ad un odore che, occhioeccroce, avrei qualche reticenza a definire esattamente "di mughetto", la cui attività lavorativa prediletta è ronfazzare beatamente spiaggiato come un’otaria del Mar Baltico sul divanetto dell’ufficio emettendo singolari e tutto sommato affascinanti melodie polifoniche da ogni pertugio che si apra dal suo corpo ma di questo non voglio parlare.

(La mia attività preferita, invece, come scoprirete tra qualche istante con comprensibile raccapriccio, è ritrarlo col cellulare in queste sue pose da novello Bacco di Caravaggio.

La mia seconda attività preferita, come apprenderete dalle testate giornalistiche nello sciagurato caso in cui dovessi mandare per errore in accettazione le pratiche alla sede di Roma, causando così un buco nero nell’economia nazionale e presumibilmente anche europea, è smanettare col preventivatore elaborando profili finanziari per personaggi illustri preferibilmente deceduti. Ieri, ad esempio, gli ho fatto una cessione del quinto a Galileo Galilei che c’aveva un TAEG, mi dovete credere, realmente ma realmente competitivo.)

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(Del mio secondo collega Roberto, che mi porta i pasticcini alla frutta ogni mattina ne parliamo un’altra volta se non vi dispiace, che già c’ho qualche problema a contenere l’ira  funesta del pelide Achille con cui divido il materasso in lattice, che non è che sia esattamente entusiasta del fatto che io lavori in un ambiente TOTALMENTE maschile, ed ha già minacciato di tagliarmi le minigonne se non rigo dritta) (restate single, ascoltatemi) (TI AMO PULCINO!) (credetemi è meglio) (SEI TUTTA LA MIA VITA!!!T.V.TRP.B.)

Anyway, vi stavo raccontando di Gianluca.

 
Vi prego di prestare particolare attenzione allo scambio di battute che si è svolto tra me e il succitato stamattina per telefono  diciamo undici, undicemmezza, perchè alla fine sarete invitati a rilasciare una dichiarazione in merito.
 
Vado.

Driiin…

"Ciao Gianluca!"
"Ciao, stai a lavorà?"
"Non mi dire niente Gianluca, stavo giusto sviluppando un preventivo" (per Giuseppe Verdi)
"Uh, brava!"
"Grazie. Dimmi pure"
"No, ho chiamato perchè lo conosci Cesare Cremonini te?"
"Quello dei Lunapop?" che vuole? Un preventivo?

"Si, si! Quello! Ha fatto una canzone ganzissima!"

O__o "Eqquindi?"
"Aspè che mò sai che faccio? Te la faccio sentì! Ce l’ho nell’emmeppitrè, avvicino gli auricolari ar telefono così la senti!"
"Ma….ma….Gianl…"
"L’AMORE E’ LA’ DOVE SEI PRONTO A MORIREEEE…."
"O___o"
"E’ ganza o no?"
"Gianluca?"

"Mh?"
"Mi hai chiamata solo per farmi sentire la canzone?"
"Si si, mò ti lascio al preventivo ciao ciao"

Click.

Adesso, il dubbio che mi attanaglia e sul quale siete tutti invitati a pronunciarvi, gentili, adorabili, graziosissime signorine e cosi là, come si dice, ah maschi, è il seguente:

Ma che, ce sta a provà?

 

 
 
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No, mi dispiace, non sono schiattata sotto un tram.

E’ che c’ho giusto giusto un paio di tonnellate di novità da raccontarvi.

Vabbè, dai, che ho plagiato, scusate volevo dire persuaso il mio fidanzato che il suo monolocale in centro stava diventando pericolosamente limitante per la mia collezione di decollète e quindi abbiamo traslocato in un fantastico bilocale vicino al mare che c’ho il padrone di casa che è intimamente convinto di essere la reincarnazione di Basquiat e che, tra l’altro, m’ha lasciato appeso in bagno con la raccomandazione di custodirlo a costo della vita un dipinto che si intitola L’anima Di Lucifero ve lo racconto la prossima volta, occhei?

La vera novità, gente, è un’altra.

Chi mi immaginava ancora professionalmente divisa tra un pot-pourry di attività di basso ma diciamo pure scandaloso và vantaggio retributivo e di quantomeno discutibile profilo morale dovrà ricredersi.

La Vostra Svitata, cari miei, adesso ha un lavoro serio.

Ma diciamo pure serioso.

Ma diciamo anche con qualche venatura di scartavetramento di coglioni, và.

La Vostra Svitata, nella fattispecie, lavora per il partner commerciale di una bancauhauhauahauahauah, no scusate, è che ancora se ci penso mi scompiscio.

No, dico, avete presente?

Ho una scrivania! Ho un telefono che squilla! Ho un capo che mi chiede costantemente di fargli cose strane, tipo che so, conteggi estintivi o cose del genere, che ogni volta mi tocca lasciare a metà la lettura di Elle e mettermi a cercare su Google che cazzo sono sti conteggi estintivi, ma comunque ormai l’ho quasi capito, che mica son scema, oh.

Il colloquio attitudinale è stata un’esperienza che qualsiasi essere umano normale con un minimo di, aspè com’è che si chiama, ah si pudore, considererebbe quantomeno imbarazzante.

Non io, chiaramente.

"Allora Signorina, consideriamo la situazione del sig. Rossi Mario"

Massì, consideriamola "Certamente"

"Questa è la busta paga del sig. Rossi Mario, è in grado di calcolare un preventivo di, uhm, diciamo trentamila euro?"

Avoglia! Tanto stanotte l’ho passata para para su Yahoo Answers a farmi una cultura sui preventivi, accidentavvoi usurai dimmerda, i preventivi sono il mio cavallo di battaglia ormai, ovviamente senza considerare lo stivale tacco 15 che mi sono sparata stamattina, anzi aspè che sono già due minuti che non accavallo le gambe, vualà, marò che scomodi sti pantaloni skinny, appena arrivo a casa mi sparo quattrocento grammi di tuta di pile evvaffanculo tanto lo so che non mi assumerete mai "Ecco fatto"

"Uhm…vediamo un po’….bene, bene, però vede? Calcolando il TAN e il TAEG riusciamo a dare al Sig. Mario Rossi solo venticinquemila euro. Mancano ancora cinquemila euro. Come li diamo questi soldi al Sig. Mario Rossi che vuole comprare una macchina nuova?"

Minchia trentamila euro di macchina nuova? Ma che è, non c’era la crisi?

"Su, signorina, ci pensi"

Marò che due coglioni questo, oh.

"Allora signorina, dove li prendiamo questi cinquemila euro?"

La risposta che segue, so che stenterete a crederlo, è realmente uscita dalla mia bocca in uno di quei luminosi momenti in cui il genio creativo si impossessa di me e il mio angelo custode getta a terra l’aureola, si strappa le ali e si allontana esclamando evvfaffanculo allora ditelo.

Accavallo le gambe.

Sbatto gli occhioni.

E dico.

"Ce li metto io"

Silenzio.

I collaboratori espressivi come i Moai dell’Isola di Pasqua.

Lo scrutinatore, dopo un primo momento di arresto cardiaco, si illumina d’immenso.
"Ah ah ah signorina, ma lei è simpaticissima! Ecco lo spirito che ci vuole in quest’ufficio, ragazzi!Brava!"

Assunta.

Contratto a progetto, pare si chiami così la nuova frontiera della schiavitù lavorativa, no?

Ma in fondo poco importa, da qui a luglio questa scrivania sarà solo mia e poi voglio dire lavorare in un ufficio c’ha pure i suoi vantaggi, in un mese per esempio mi son già fottuta una fornitura di colla Coccoina che mi durerà fino all’età pensionabile.

Dalle 9 del mattino alle 18 del pomeriggio il mio impiego principale è contenere le orde barbariche di clienti alla canna del gas che aspettano un assegno che non arriverà mai prima del loro ictus, volteggiare come un’etoile del Balletto Classico di Mosca tra fax, telefoni, scanner e, soprattutto, gestire gli sbalzi d’umore del mio capo, Gianluca, che a 38 anni c’ha già la tiroide a cinquemila e lo stress se lo sta mangiando vivo.

Gianluca accende una media di trenta sigarette a giornata lavorativa, sigarette che spegne sistematicamente dopo due boccate sbraitando che quella roba lo ridurrà alla tomba, ride da solo mentre fa l’imitazione di Robert De Niro Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo, essendo romano purosangue sta tutto il giorno a cantare Osteria numero sette il salame piace a fette  ma alle donne caso strano il salame piace sano e nutre una insana passione per il ciondolo del mio cellulare a forma di Hello Kitty (si, ok, se ne può parlare).

In poche parole, Gianluca è totalmente, fottutamente esaurito.

Tanto per farvi capire, mezz’ora fa esce correndo dall’ufficio con il suo solito svolazzo di carte sbraitando "C’ho un appuntamento! Sono in ritardo! Sono in ritardo!"

"Ciao Gianluca"

Cinque minuti dopo mi chiama.

"Ho combinato un casino!"

"Dimmi Gianluca"

"Ho lasciato il cellulare sulla scrivania! E’ un macello!"

"Gianluca…."

"Ovèdi? Questo è lo stress! Posso vivere così dico io? Posso?"

"Gianluca…."

"Io non c’arrivo così ai quaranta! Non c’arrivo! E mò se chiamano i clienti? Che faccio io, me lo dici?"

"Gialnuca…."

"Quelli sò come i granchi nelle mutande! Chiamano in continuazione! E mò che facc.."

"GIANLUCA"

"Dimmi"

"Ma come mi stai chiamando?"

"…."

"…."

"Questo è lo stress, ovèdi? Io non c’arrivo ai quaranta"

E cose così.

No, insomma, il succo della favola è che ormai sono una donna adulta, c’ho il lavoro serio, c’ho la scrivania, c’ho il pacco di Bucaneve nascosto a chiave nella cassettiera.

Mi manca solo una cosa, poi potrò essere considerara a tutti gli effetti una donna moderna ormai totalmente inserita nell’ambiente lavorativo, una rotellina perfettamente oliata della macchina dell’economia nazionale.

Domani mi faccio l’account su Facebook.

 

 

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E comunque la versione originale degli Who di Behind Blue Eyes fa letteralmente cacare.
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Con tutte le volte che avete esclamato


La settimana scorsa il traffico a Catania era congestionato per la presenza della troupe al completo di Ficarra e Picone che, nel capoluogo etneo che mi ha regalato i natali regalando contemporaneamente a voi tutti la possibilità di avermi tra gli amici di Splinder (l’assunzione massiccia di antibiotici mi causa violenti accessi di autocompiacimento, dovreste saperlo ormai), hanno deciso di girare vaste porzioni del loro prossimo film.

Dal momento che, poco carinamente, gli sceneggiatori hanno rifiutato la mia –ne converrete– generosa offerta di avermi nel cast come guest-star/attrice protagonista, tra l’altro con argomentazioni poco convincenti (il fatto che il film fosse un poliziesco non escludeva, a mio modesto parere, un delizioso cameo con la sottoscritta che, in sottoveste di seta pervinca sussurrava dalla chaise-longue "Saluto tutti quelli che mi conoscono ed in particolare gli amici del blog"), non mi è rimasto che ricorrere alle maniere forti che io, lo sapete, quando si tratta di accettare serenamente la sconfitta non temo rivali.

Doveste decidere di recarvi al botteghino tra qualche mese (io comunque, che si sappia, come azione puramente dimostrativa di protesta non violenta, seppur di sapore vagamente illegale, ma provateci voi a trovare un leader insurrezionalista che non nasconda ombre nel suo passato, mi sto già attrezzando per mettere in share su Emule una copia pirata con l’audio effetto voce dal cesso) vi consiglio di aguzzare bene la vista.

Doveste capitarvi di intravedere sullo sfondo:

a) una ricciolona vestita da troione leopardato alle dieci del mattino recante sulla coscia la scritta "Ciao Blog!" col rossetto.

b) una sedicente massaia che, in vestaglia e bigodino d’ordinanza, espone dal balcone un lenzuolo recante la scritta "Ciao Blog!" col sugo dello spezzatino.

c) una finta studentessa filo-partigiana che sbandiera una kefia recante la scritta "Chi non salta la Gelmini è. CIAO BLOG!" con la bomboletta spray.

Oh, sappiate che comunque l’ho fatto solo per voi.

E adesso parliamo di cose serie, ma Uèin s’è mica fidanzato?
E La Colpo? E’ vero che s’è fatta il blog insieme a  quelle altre svalvolate della Esse, la Perla e la Pigrazia?

Non ci sono mai quando succedono le cose importanti.

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Oh, scommetto che manco ci trovate



Socia, miseriaccia ladra, manco se ci fossimo messe d’accordo. La tua tetta gigante bianca sul mio costato nero è un dettaglio che, me lo sento nelle budella, non passerà inosservato a lungo.

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E comunque se ve lo state chiedendo no, non mi vergogno neanche un po’.

No macchè, non sto scrivendo un libro, è che ho denunciato quella vacca della ex del mio fidanzato per violazione della privacy direttamente alla sede legale della Microsoft a Redmond, nello stato di Washington.

Ma andiamo con ordine.

Qualche giorno fa ero lì col tutone di pile casualmente davanti al piccì con il mio fidanzato che gironzolavo casualmente per blog e casualmente finisco -pensa un po’ te la casualità- sul blog della signorina.

Donne, ci siete? Avete presente la situazione?

Bene, vedo già tante testoline incazzate che fanno sisì.

Io stavo bene voglio dire, pressione sanguigna regolare, sinapsi cerebrali impostate su modalità slow, pensavo minchia che donna moderna che sono, guardo il blog della sua ex e manco un ictus, sono cresciuta, sono matura, riesco a giudicare il tutto con obiettività e compostezza, non è mica colpa mia se questa vecchia scrofa c’ha una faccia che pare il muso di un’autocisterna per il trasporto dei rifiuti tossici, è un giudizio assolutamente imparziale e calibrato, insomma cose così.

Stavo lì a masturbarmi in santa pace con questi pensieri quando bam.

Sullo schermo lei, la vecchia scrofa.

Avvinghiata ad un uomo.

Il mio.

"Amore hai visto? Questa ha pubblicato le foto di quando stavate insieme!"

Lui non si scompone "Mh? Si?"

Io comincio a fare friz friz come i trasmettitori dell’Enel.

"Amore dobbiamo fare qualcosa" cerco di mantenermi tranquilla, ma nella mia mente riesco solo a visualizzare me sul fianco di un peschereccio mentre con una fiocina infilzo ripetutamente il fianco di Moby Dick e poi la finisco a bastonate tra spruzzi e brandelli sanguinolenti.

Lui alza le spalle –santo cielo quelle spalle…vi ho già parlato di quelle spalle no?– e mi dà la risposta che ogni uomo darebbe in una situazione analoga, e cioè

"Ma vivi tranquilla"

Cioè bello, scusa, non ho sentito, hai detto vivi tranquilla?

Io?

Cioè fammi capire, tu davvero pensi che io adesso mi sveglio domani mattina e non c’ho stampata davanti alle pupille l’immagine lampeggiante di quella che ti si struscia come una seppia, pensi che io davvero possa riuscire a compiere un qualsiasi gesto di vita quotidiana, che so, leggere l’oroscopo di Vanity Fair, grattare i coupon omaggio di Bottega Verde, senza vedere sullo sfondo del mio campo visivo l’immagine dei suoi tentacoli attorno al tuo collo, pensi davvero che io possa continuare a vivere la mia vita senza aver prima bucato le sue caviglie, legato il suo cadavere al mio cocchio e fatto per tre volte il giro delle mura della città?

Ti sbagli.

"Amore voglio carta bianca"

"Fai pure"

Perché l’uomo, quando molla una donna, resetta, capite?

Cioè io non so come facciano, davvero.

Finisce una storia? Puff, cancellata, mai esistita.

I neuroni maschili preposti all’immagazzinamento dati "storia con la tipa", appena la storia con la tipa cessa di esistere, si sparano un colpo di rivoltella in mezzo agli occhi e pace all’animaccia degli stramortacci sua.

Mai un ricordo, mai nemmeno un confrontino piccolo, innocente.

I neuroni della donna sono immortali ed acquisiscono potenza, come i Pokemon.

I neuroni della donna sono esseri sanguinari, ardono del sacro fuoco della competizione, sognano il castigo, applicano la legge del taglione con la perizia di un capocosca della camorra e sono in assoluto gli esseri viventi più vendicativi dell’orbe terracqueo.

I miei neuroni, adesso non per vantarmi, ma sono al livello di Charles Manson, per dire.

Tempo ventiquattrore e conosco tutta la documentazione legislativa in materia di violazione della privacy dai tempi di Richelieu ai giorni nostri.

Quando il mio fidanzato mi telefona dal lavoro l’indomani mattina mi trova in pieno delirio competitivo.

"Amore quella zoccola ha violato l’articolo 96 della legge numero 633 del 1941! Dobbiamo fargliela pagare!"

"Ma sei seria?"

"Si si, ho già contattato l’ufficio per la segnalazione abusi di Windows"

Dall’Ufficio Segnalazione Abusi mi risponde Angelo con cui intreccio un articolato romanzo epistolare che si dipana nelle fasi del braccaggio, del pressing, dell’esaurimento nervoso ed infine della resa, la sua, che alza bandiera bianca e mi indirizza telematicamente verso altri lidi, oltre che fisicamente affanculo, suppongo.

"Mi dispiace, non so più come aiutarti, ma siccome il tuo problema è molto importante per noi, ti consiglio di contattare direttamente l’ufficio legale della Microsoft di Redmond, Washington"

Quando lo comunico al mio fidanzato, lui mi fissa con lo sguardo l’avevo sempre sospettato che fossi psicopatica.

"Ma dai Amore, non sarebbe il caso di lasciar perdere?"

"No"

All’ufficio legale della Microsoft mi assegnano un agente per la risoluzione del problema, mister J.K. Weston.

Io, adesso mi dovete credere, se penso a J.K. Weston mi si stringe il cuore.

Mi immagino il signor Weston stamattina a Washington che si frigge la pancetta nella sugna e mentre sta per affondare i denti nel pancake allo sciroppo d’acero vualà, si ritrova sul piccì questa email da una di Catania che blatera in siculo-anglosassone, non dev’essere stata una giornata facile per lui.

Calcolando il fuso orario, gli do altre dodici ore di tempo e poi vado col terrorismo psicologico.

Oh, ma tranquilli eh?, vi faccio sapere.

Se non mi arrestano prima, ovviamente.

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La triste storia della tartaruga Valentina.


Io, da piccola, non ero una bambina normale.

No, dovete credermi.

Silenziosa fino all’autismo, studiosa a livelli di secchia, emotiva e suggestionabile vivevo in un mondo tutto mio dove ogni cosa aveva un’anima, pure la rucola, e quando quell’anima veniva uccisa (soffocata dentro una piadina, per esempio) frignavo come una fontana e salmodiavo litanie funebri.

Io, da piccola, ero una chiavica.

A scuola ero la classica secchioncella quattrocchi e ardevo per il sacro fuoco delle scienze naturali.

Passavo i pomeriggi a vivisazionare i geranei, pagando così un doveroso tributo di sangue all’altare della Scienza, ed ascoltavo i Pooh. (approfondirò l’argomento in un altro post, tranquilli)

Laddove mia madre si inorgogliva di tutto ciò –è sensibile, a picciridda– il buon padre voleva un maschietto ma, ahimè, sei nata tu.

Mia madre, per assecondare le mie inclinazioni, mi iscrisse all’asilo dalle suore.

Mio padre mi faceva vedere documentari sul Vietnam.

Mia madre mi iniziava ai sacri misteri dell’uncinetto, mio padre mi insegnava a pescare col verme.

A dieci anni creai il mio primo centrino di cantù e guidai la mia prima Lada Niva.

Nella sottile schizofrenia che permeava il loro sistema educativo, uno solo era il punto fermo: alla bambina piacciono gli animali, prendiamogliene uno.

A casa mia transitarono così dodici pesci rossi, innumerevoli pulcini, due tartarughe d’acqua dolce, tre pappagalli, un criceto e lei, Valentina, la tartaruga di terra, il mio sogno proibito.

E se ad una prima occhiata sembra non esserci un criterio nella scelta delle suddette bestiole, in realtà, se ci pensate bene, uno c’è.

Voglio dire, avete idea di quanto campa un pesce rosso? (lasciando perdere i dodici, tutti riuniti nello stesso acquario in soggiorno. Perirono tutti la stessa notte, quando mio padre ci mise dentro un altro pesce che, a quanto pare, nella catena alimentare sta esattamente un gradino sopra al pesce rosso. Il mattino seguente trovammo dodici lische ed un pesce porco, un’ecatombe)

O un pulcino? Avete presente i pulcini? A Pasqua li compri alla fiera rionale, belli paffuti e morbidosi, a Pasquetta li trovi secchi e scannerizzati sul quatidiano che fodera la gabbietta come fossili del Cretaceo.

Adesso, viste le premesse, avete la più pallida idea di quale cataclisma emotivo potesse scatenare nel mio fragile cuoricino di bambina psicolabile la morte di un animale domestico?

No, sul serio, pensateci un attimo.

Io, che il giorno che mio padre dovette segare il ramo del ficus che aveva invaso il balcone dei vicini, dichiarai che mi sarei lasciata morire d’inedia.

Io, che quel giovedì grasso dell’86, mentre in piazza ad Acireale stavano bruciando Carnevale (un fantoccio di pezza peraltro grossolanamente antropomorfo) mia madre dovette trascinarmi via vestita da Ape Maia in preda alle convulsioni.

Io, come mai avrei potuto accettare la dipartita di Dionisio il criceto? O di Federico il pulcino?

Mia mamma, santa donna, elaborò una tattica.

I miei animali non morivano, scappavano.

Tutti. Di notte.

"Mamma ma che fine ha fatto Gabriele il pappagallo?"

"E’ scappato stanotte, amore di mamma. Sarà nel giardino felice insieme a tutti gli altri animaletti. Esci fuori, può essere che lo vedi volare tra i rami" rispondeva ella astuta, mentre con lo spazzolone cercava di occultare il cadavere del pennuto giù per lo scarico del cesso.

Quando decisero di prendermi la tartaruga di terra, per tornare al criterio di scelta delle bestiole, dovranno aver pensato questa campa cent’anni, nostra figlia, se Dio vuole, schiatterà sicuramente prima, siamo apposto.

Io, che avevo un debole per le testuggini, non stavo nella pelle e la battezzai Valentina.

Ok, mi vergogno a dirlo, ma in realtà era Va-lentina, col trattino, facciamo finta che non ve l’ho mai detto, occhei?

Valentina mi teneva compagnia nei lunghi pomeriggi estivi.

Cioè, non so se avete presente, una tartaruga ed una bambina semi-autistica chiuse in una stanza a catalogare angiosperme e gimnosperme con Noi due nel mondo e nell’anima in sottofondo, un’esplosione di vita proprio.

Ad ogni modo ero felice così, ed i miei decisero di riprovare a mettere al mondo un figlio normale.

Dal tentativo sarebbe nato Fratello Tossico. (credo che mio padre si fece vasectomizzare, dopo)

Intanto si avvicinava l’inverno ed a me non sembrava vero che tra poco avrei potuto assistere ad un vero letargo proprio lì, in casa mia, wow!

Valentina era sempre più sonnolenta, io sempre più eccitata.

Valentina scelse di andare in letargo proprio sotto al mio letto, io piansi dalla commozione.

Il libro di scienze naturali parlava chiaro, assicurare all’animale in letargo un cantuccio riparato, non toccarlo mai, per nessun motivo al mondo, ed attendere pazienti il risveglio in primavera.

Ok, ce la posso fare.

Per tutto l’inverno, l’unica immagine che i miei ebbero di me era quella del mio culo che usciva da sotto il letto.

A Natale Valentina ronfava beata.

A Capodanno cominciò a sembrarmi più "secca", a Carnevale le caddero le unghie.

A Pasqua, vasta porzione della corazza si era dacapottata, Valentina era diventata cabriolet.

Il dubbio mi colse.

Un pomeriggio in cui mia madre era sciaguratamente uscita a fare la spesa e dunque ero sola a casa con mio padre, decisi di prendere la mia adorata compagna di giochi e di farla esaminare da occhi esperti.

In preda all’angoscia la portai in salotto, mio padre leggeva sul divano.

"Papà, Valentina sta male?" belai.

Mio padre prese in mano quel che rimaneva della testuggine, la esaminò con cura, corrugò la fronte, annuì, me la restituì e disse

"La puoi buttare."

Io, ragazzi, credo di non essermi mai ripresa del tutto, davvero.

E adesso scusate, mi serve un fazzolettino.

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